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Venezia 83: George Clooney, il Leone d’Oro e il primo red carpet della Mostra

George Clooney, articolo su Beyond the Magazine, Venezia 83

L’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia si apre con Ink di Danny Boyle, il ritorno del grande glamour sul red carpet e un Leone d’Oro alla carriera che consacra George Clooney ben oltre la dimensione della star.

Venezia possiede ancora un privilegio raro: quello di trasformare una cerimonia inaugurale in un’immagine destinata a restare. Succede quando il cinema incontra il rito, quando il Lido torna a essere un palcoscenico e il red carpet smette di essere soltanto una passerella per diventare parte del racconto.

La sera del 2 settembre, l’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica ha aperto ufficialmente con Ink, il nuovo film di Danny Boyle interpretato da Guy Pearce, Jack O’Connell e Claire Foy. A condurre la cerimonia Greta Scarano e Nicolas Maupas; a presiedere la Giuria internazionale Maggie Gyllenhaal. Ma il centro emotivo della serata è stato la consegna del Leone d’Oro alla carriera a George Clooney, introdotto sul palco da  Laura Dern.

George Clooney, Amal, articolo su Beyond the Magazine, Venezia 83

Prima del premio, naturalmente, c’è il red carpet. E Clooney arriva insieme ad Amal componendo una di quelle immagini che Venezia conosce bene: Hollywood sul Lido, senza bisogno di troppe spiegazioni.

Lui resta fedele a Giorgio Armani con uno smoking nero classico; lei sceglie un Tom Ford custom made in taffetà di seta nero, dalla silhouette a colonna scandita da pieghe scultoree e pannelli trasparenti. Due interpretazioni differenti dello stesso principio: non lasciare che l’abito preceda chi lo indossa.

Poi il tappeto rosso cambia registro.

Bianca Balti, articolo su Beyond the Magazine, Venezia 83

Un red carpet che ritrova il carattere

A rompere immediatamente la compostezza del nero è Bianca Balti, che in Ilya Migmoon trasforma l’abito in una presenza scenografica. Rosa, silhouette a sirena, proporzioni esasperate e grandi ali sulla schiena: più che assecondare il red carpet, decide di occuparlo. I gioielli Bulgari completano un look che non cerca compromessi e proprio per questo funziona.

Claire Foy, protagonista di Ink, sceglie invece Bottega Veneta e il rosso assoluto. Il drappeggio, i lunghi guanti coordinati, il rossetto scarlatto costruiscono un’immagine precisa senza sovraccaricarla. È un glamour consapevole della propria teatralità, ma abbastanza disciplinato da non trasformarsi in costume.

Il resto della serata conferma una sensazione: dopo stagioni dominate da styling impeccabili e spesso fin troppo prevedibili, Venezia sembra concedere nuovamente spazio alla personalità. Le trasparenze convivono con il velluto, il lingerie dressing con silhouette più rigorose, l’esuberanza con il minimalismo. Non emerge un’unica tendenza dominante, e forse è proprio questo l’aspetto più interessante.

Il red carpet torna a funzionare quando smette di sembrare una sequenza di campagne pubblicitarie perfettamente coordinate e ricomincia a raccontare persone diverse.

George Clooney e Laura Dern, Leone D'oro, articolo su Beyond the Magazine, Venezia 83

Il Leone d’Oro e ciò che resta di una star

È però all’interno della Sala Grande che la serata trova il suo momento più significativo.

Laura Dern introduce Clooney parlando di un uomo di «profonda umanità e integrità», ma anche di un attore, autore, regista e produttore che ha attraversato decenni di Hollywood senza limitarsi al ruolo di protagonista davanti alla macchina da presa.

Clooney accoglie il premio facendo ciò che gli riesce meglio: sottraendo solennità alla propria celebrazione. Scherza sul significato di un riconoscimento alla carriera e sull’eventualità che qualcuno abbia parlato con i suoi medici. Poi, quasi senza soluzione di continuità, abbandona l’ironia e porta il discorso altrove.

Parla del valore delle storie, della capacità del cinema di costringerci a osservare il mondo attraverso gli occhi di qualcun altro. Parla di giornalisti che continuano a fare domande e di artisti che rifiutano risposte semplici. «Nessuno ride o piange in lingue diverse», dice dal palco, ricordando quanto sia artificiale la distanza che spesso costruiamo tra noi e gli altri.

Non è il consueto discorso di ringraziamento, né il bilancio sentimentale di una carriera. È piuttosto una dichiarazione sul ruolo che il cinema può ancora rivendicare in un tempo nel quale tutto sembra chiedere di essere ridotto, polarizzato, semplificato.

Il cinema, sostiene Clooney, non ferma le guerre e non risolve le crisi economiche, ma continua a compiere qualcosa di essenziale: ci costringe a riconoscere un frammento di noi stessi nelle vite degli altri.

Ed è difficile immaginare un pensiero più pertinente per aprire una Mostra del Cinema.

Laura Dern, articolo su Beyond the Magazine, Venezia 83

Venezia e il fascino di ciò che non si può programmare

C’è qualcosa di interessante nel fatto che la prima serata di Venezia 83 abbia tenuto insieme due linguaggi apparentemente lontani.

Fuori, il red carpet: la moda, i fotografi, il rituale dell’arrivo, quella sofisticata macchina dell’immagine che ogni anno trasforma pochi metri davanti al Palazzo del Cinema in uno dei luoghi più osservati al mondo.

Dentro, un attore che riceve il riconoscimento più importante della serata e sceglie di parlare di empatia, libertà e responsabilità del racconto.

Non sono due mondi in contraddizione. Venezia continua a essere Venezia proprio perché riesce a contenerli entrambi.

Il glamour appartiene alla sua liturgia tanto quanto il cinema. Ma funziona quando conserva qualcosa di imprevedibile: un abito che divide, una star che non sembra costruita da un algoritmo, una frase pronunciata dal palco che il giorno dopo vale ancora la pena ricordare.

George Clooney lavora nel cinema da oltre quarant’anni e appartiene a una generazione di star nata prima che la celebrità diventasse una metrica. Forse è anche per questo che il Leone d’Oro consegnato a Venezia assume un significato particolare: celebra una carriera, certamente, ma anche un modo di intendere il mestiere.

In un’epoca che produce immagini a una velocità vertiginosa, la vera rarità non è più essere visti.

È lasciare qualcosa dopo essere passati.