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Beyond the Magazine

Fashion • Lifestyle • Art • Design • Places

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Jordan Roth a Parigi: gli abiti, le stanze e tutte le vite che lasciamo dietro di noi

Jordan Roth, Installazione, To Think of Tranquil Life of Things, articolo su Beyond the Magazine

Che cosa resta di noi nelle case che abbiamo abitato? Durante la settimana dell’arte parigina, Jordan Roth trasforma quindici anni di ricordi in un’installazione dove fotografia, moda e design si intrecciano. Un racconto intimo sulla memoria e sull’identità, ispirato all’universo letterario di Georges Perec.

Ci sono case che smettiamo di abitare, ma che in qualche modo continuano ad appartenerci. Conservano tracce di conversazioni, abitudini, piccoli rituali quotidiani. Un divano ricorda chi vi si è seduto, una poltrona sembra trattenere la forma di un corpo, persino gli oggetti più ordinari finiscono per custodire frammenti della nostra storia.

Jordan Roth lo ha compreso nel momento in cui si è trovato a lasciare il suo appartamento di New York, dopo quindici anni. Una casa nella quale si era sposato, era nato suo figlio e aveva attraversato alcune delle trasformazioni più importanti della propria vita. Di fronte alle stanze che si stavano svuotando, ha scelto un modo insolito per conservarne la memoria: trasformare i mobili in ritratti delle persone che era stato.

Da questa intuizione nasce To Think of the Tranquil Life of Things, il suo primo progetto tra scultura performativa e design funzionale, presentato a Parigi in collaborazione con Design Miami durante la settimana dell’arte, dal 19 al 25 ottobre 2026.

Jordan Roth, Installazione, To Think of Tranquil Life of Things, articolo su Beyond the Magazine

Jordan Roth, quando la moda diventa autobiografia

Produttore teatrale pluripremiato a Broadway e figura riconoscibile per il suo rapporto audace con la moda, Roth ha sempre considerato l’abito qualcosa di più di una scelta estetica. Nel suo universo, vestirsi significa interpretare, raccontare e talvolta reinventare la propria identità.

Per questo progetto è tornato idealmente nelle diverse stagioni della propria vita, indossando gli abiti che avevano accompagnato altrettante versioni di sé. Si è fatto fotografare da Ben Hassett seduto sui mobili del suo appartamento, poco prima che venissero portati via.

L’ispirazione è arrivata osservando i traslocatori mentre avvolgevano gli arredi nei teli protettivi. Da quel gesto ordinario è nata l’idea di stampare i ritratti su tessuti destinati a ricoprire nuovamente i mobili.

Il risultato è un gioco di sovrapposizioni: il corpo fotografato ritorna sull’oggetto che lo aveva accolto, il passato si imprime sulla superficie del presente e ciò che apparteneva alla vita privata assume una nuova dimensione.

Gli arredi conservano la loro funzione, ma diventano anche immagini di se stessi. Non più soltanto oggetti da utilizzare, bensì presenze che raccontano una storia.

A Parigi, un appartamento diventa una storia da attraversare

L’installazione trova spazio all’Hôtel de Guise, al 72 di Rue de l’Université, un hôtel particulier del XVIII secolo nel settimo arrondissement di Parigi.

Qui, tra ambienti che hanno accolto generazioni di abitanti, divani, sedie, lampade e applique entrano in dialogo con l’architettura storica. L’allestimento, affidato ad Adam Charlap-Hyman, restituisce la dimensione domestica del progetto, mentre la direzione artistica è firmata da Doug Lloyd.

La casa newyorkese di Roth rivive così in un’altra città, all’interno di stanze che possiedono già una memoria propria. Gli oggetti originali, riuniti nell’atrio, dialogano con le nuove interpretazioni fotografiche distribuite negli ambienti.

È un incontro tra due storie domestiche, due geografie e due tempi differenti.

La scelta di un hôtel particulier non è casuale. Queste dimore furono a lungo luoghi nei quali l’architettura, gli arredi e le opere d’arte contribuivano a rappresentare l’identità di chi le abitava. Roth riprende quella relazione tra spazio e autorappresentazione, trasformandola in un racconto personale.

Jordan Roth, Installazione, To Think of Tranquil Life of Things, articolo su Beyond the Magazine

Georges Perec e la vita segreta delle cose

A suggerire il titolo dell’installazione è La vita istruzioni per l’uso di Georges Perec, romanzo del 1978 nel quale un edificio parigino diventa il contenitore di una moltitudine di esistenze, oggetti, ricordi e storie.

Nelle sue pagine, Perec si sofferma su ciò che abitualmente sfugge alla nostra attenzione: i gesti ripetuti, le cose apparentemente insignificanti, il lento adattarsi di un corpo allo spazio che occupa.

«Si metteva a pensare alla vita tranquilla delle cose», scrive Perec, evocando quella dimensione silenziosa dell’esistenza che raramente trova posto nei grandi racconti biografici.

È proprio lì che si colloca il lavoro di Roth. Non nei momenti straordinari che generalmente scegliamo di ricordare, ma nella familiarità degli oggetti che ci accompagnano mentre la vita cambia.

L’installazione diventa così una riflessione sul modo in cui costruiamo la nostra identità attraverso gli spazi, gli abiti e le presenze materiali che scegliamo di avere intorno.

Jordan Roth, Installazione, To Think of Tranquil Life of Things, articolo su Beyond the Magazine

Gli oggetti non dimenticano

Parlando del progetto a ELLE Decor, Roth ha raccontato il desiderio di documentare la vita trascorsa nella sua casa e il modo in cui gli oggetti custodiscono le nostre storie. Ha anche spiegato che gli piacerebbe vedere i visitatori tornare nelle proprie abitazioni e osservare diversamente il divano sul quale siedono ogni giorno, riconoscendovi le tracce della propria evoluzione personale.

Un pensiero che sposta l’attenzione dall’opera all’esperienza di chi la osserva.

Perché To Think of the Tranquil Life of Things non riguarda soltanto una casa lasciata alle spalle. Parla del rapporto che ciascuno di noi intrattiene con gli oggetti, della difficoltà di separarsene e della sorprendente capacità che possiedono di raccontarci.

Cambiamo città, abitudini, guardaroba. Attraversiamo nuove stagioni della vita e impariamo a riconoscerci in persone che, qualche anno prima, forse non avremmo immaginato di diventare.

Nel frattempo, una vecchia poltrona resta lì. Custodisce qualcosa di noi, anche quando abbiamo smesso di accorgercene.

 

Photocredit: August King | Courtesy of Salon 94